Il governo ungherese ha adottato un nuovo emendamento alla Legge fondamentale, entrata in vigore all’inizio del 2012, che, pur restando tecnicamente entro i limiti della legalità , mina le fondamenta del sistema di checks and balances democratici dello Stato magiaro. Il risultato delle modifiche costituzionali volute dal partito di maggioranza Fidesz è una sorta di mostro di Frankenstein. Che agisce nel cuore dell’Europa.
I risultati delle scorse elezioni politiche e il quadro parlamentare che ne è emerso segnano la rottura degli equilibri che hanno caratterizzato la seconda Repubblica, senza risolvere, ma anzi aggravandone, le peculiarità negative. Il M5S di Grillo si unisce a Berlusconi e alla Lega nell’elenco delle anomalie del nostro sistema politico, tanto che non è esagerato dire che un’ampia parte del Parlamento appena eletto non è riconducibile alla tradizione delle democrazie occidentali contemporanee. Spetta ora al PD il compito di provare a uscire dall’impasse, spronando il Parlamento – e il M5S al suo interno – ad avviare davvero una stagione di cambiamento che possa consentire di trasformare quanto accaduto in un’opportunità di positivo rinnovamento.
Esiste uno spread che non riguarda la finanza, bensì lo stato culturale dei giovani italiani. Cresciuti in una società consumistica che ha scelto di non investire sull’istruzione, hanno perso il senso dell’utilità di un bagaglio culturale personale, costretti in una scuola minata dalle continue ristrutturazioni interne. Se lo smarrimento della scuola è sintomo dello smarrimento del paese, combattere l’impoverimento intellettuale non può essere questione esclusiva degli addetti ai lavori, ma deve interessare tutti.
Dietro al successo del Movimento 5 Stelle alle scorse amministrative si nasconde qualcosa di più delle capacità affabulatorie del comico genovese: la risposta che esso sembrava poter dare al desiderio della società civile di partecipare alle vicende della vita pubblica locale e nazionale. È sulla capacità di coinvolgimento dei cittadini che si sviluppa oggi il confronto politico, ed è su questo terreno che, grazie alle primarie, il Partito Democratico ha già registrato una prima importante vittoria.
La dialettica intrinseca al meccanismo maggioritario si è trasformata, nella seconda Repubblica, in una contrapposizione rigida fra gli opposti schieramenti e, ancor più tristemente, al loro interno. Ne ha fatto le spese quel dialogo che è la cifra stessa dell’esperienza democraticoparlamentare e che dovrebbe caratterizzare anche il confronto fra le generazioni, in politica come in tutti gli altri settori della vita sociale.
La società attuale è sommersa dalle parole. Si tratta, però, di parole a senso unico, che non vengono utilizzate per costruire un dialogo: molto spesso chi parla è interessato soltanto a convincere e condizionare l’ascoltatore, senza avviare un reale confronto critico anche verso se stesso e le proprie idee. E la mancanza di dialogo è molto pericolosa, perché impedisce alla verità di circolare e permette che la violenza si diffonda senza opposizione.
La crisi dell’eurozona non è solo economica, ma è anche di natura politica. Le politiche dell’area euro e le procedure per la gestione della crisi hanno esasperato gli annosi problemi di legittimità democratica dell’Unione europea. Ma il deficit democratico che fu al centro dei dibattiti dei primi dieci anni del secolo – e che riguarda la distanza tra gli organi decisionali europei e i cittadini, nonché la loro scarsa partecipazione politica e l’altrettanto scarsa rappresentanza diretta – non è nulla rispetto alla situazione attuale, che scaturisce dall’incremento delle pratiche decisionali intergovernative e tecnocratiche connesse alla crisi dell’eurozona. La domanda è: si può porvi rimedio mentre la crisi è in corso?
Negli ultimi sei anni a Torino sono cresciute le Case del quartiere: luoghi aperti e spazi per le relazioni dove ricostruire un tessuto sociale che spesso il ritmo della città tende a sfaldare e dove il bisogno di socialità trova espressione e risposta grazie alla capacità delle persone di mettersi in gioco. Un modello di progettazione partecipata che non si esaurisce nel momento iniziale, ma diventa prassi quotidiana di costruzione.
Fino all’ultimo ventennio del Novecento, i grandi partiti di massa hanno rappresentato il canale attraverso il quale i cittadini potevano
partecipare alle scelte pubbliche e alla vita democratica del paese. Oggi che i cambiamenti radicali che hanno riguardato la società e il mondo non consentono più ai partiti di fungere da cinghia di trasmissione degli interessi e del volere popolare, si impone la presenza di una nuova figura, quella del facilitatore dei processi partecipativi e mediatore dei conflitti. È possibile così riscoprire il valore del dialogo e la centralità che esso assume nel processo di democratizzazione della democrazia.
Benché ci siano molte buone ragioni per coinvolgere i cittadini nelle scelte pubbliche, un’analisi delle pratiche di democrazia partecipativa diffuse nel nostro paese evidenzia un quadro contraddittorio, insieme incoraggiante e opaco. Atteggiamenti culturali e scarsa cura dei processi che vengono messi in moto attraverso queste pratiche sono spesso all’origine di effetti inattesi e, talvolta, controproducenti.
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