Le decisioni prese dall’Eurogruppo per porre rimedio alla crisi cipriota hanno creato un precedente che potrebbe ripetersi in un’Europa nella quale i valori di solidarietà e coesione trovano sempre meno spazio e il progetto di integrazione ha perso credibilità , mentre le forze populiste ed euroscettiche si diffondono. A un anno dalle elezioni europee, si tratta di una situazione drammatica.
Quali sono le ragioni delle proteste giovanili, e specialmente di quelle della forza lavoro scolarizzata e precarizzata? Esse affondano le radici nella crisi cognitiva che è la chiave per comprendere la sindrome del declino italiano ed europeo. Difficile farsi ascoltare e trovare ascolto in una situazione bloccata tra bassa crescita e alto debito pubblico.
Con la crisi economica, la già difficile condizione dei lavoratori è peggiorata sensibilmente; precariato e salari ridotti stanno diventando la norma, a discapito della dignità dell’individuo, sempre più timoroso di perdere il proprio impiego. Eppure, se si guarda all’Europa ci si accorge che tutto ciò non costituisce una regola; frammentazione dei contratti e squilibri di potere non sono necessari alla crescita delle imprese.
Da circa quindici anni prima della crisi l’economia italiana è in una situazione di semistagnazione. L’origine di buona parte dei suoi
problemi risale agli anni Ottanta: sistema politico in eterna transizione, debito pubblico doppio rispetto alla media europea, collasso del sistema delle grandi imprese. I governi della seconda Repubblica non hanno saputo garantire alcun rilancio: particolarmente negative sono state le strategie seguite per le privatizzazioni e la flessibilizzazione del mercato del lavoro. Per assicurare la ripresa è necessario un diverso modello di sviluppo trainato dagli investimenti e fondato su un nuovo sistema di valori e di incentivi.
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Oggi più che mai l’Italia deve puntare sulle nuove generazioni, vera risorsa strategica per la crescita. Nessun cambiamento è realizzabile senza il loro contributo, e del resto le cronache recenti ne testimoniano il ritrovato desiderio di partecipazione. Il paese ha bisogno di politiche coraggiose e obiettivi misurabili, perché le radici del futuro stanno nel presente.
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Per quanto riguarda il problema della disoccupazione, il nostro paese sembra essere ritornato a un dualismo Nord-Sud che si pensava ormai superato, e questo nonostante la crescente uniformità di modelli di consumo e stili di vita. Le cifre relative all’occupazione sono tornate ai livelli precedenti le riforme del mercato del lavoro e sono particolarmente gravi quando si riferiscono ai giovani e alle donne, cui va aggiunta la categoria dei NEET. Le cause della performance negativa del mercato del lavoro meridionale e del divario con il Nord vanno ricercate tanto dal lato della domanda quanto da quello dell’offerta di occupazione; e
su entrambi questi fronti è necessario agire per risolvere il problema.
La spirale economica recessiva in cui il Mezzogiorno si è avvitato negli ultimi anni è il sintomo di un malessere più generale, che coinvolge l’intero paese e che rischia, se non contrastato, di degenerare a livello sociale. Occorre abbandonare le strategie “per parti” e cominciare a puntare anche su un Meridione che racchiude potenzialità enormi, tali da poter costituire, se adeguatamente sfruttate, il traino per un nuovo sviluppo industriale del nostro paese.
Le misure introdotte, a partire dal 2010, per tentare di far fronte alla crisi economico-finanziaria dell’UE hanno finito per delineare una sorta di “unione monetaria rafforzata” che presenta importanti limiti politico-istituzionali: una governance economica fatta soprattutto di regole volte a garantire la disciplina di bilancio e un eccessivo peso attribuito ai paesi creditori nell’azione di sostegno finanziario a quelli in difficoltà . Per uscire dalla crisi, l’Unione dovrà dunque superare i limiti di questo modello di governance, dovrà ampliare e rafforzare le proprie competenze in ambito economico, porre rimedio alle debolezze delle sue procedure decisionali e colmare l’assenza di un adeguato livello di legittimazione democratica.
Negli ultimi tre anni la Grecia, più di ogni altro paese europeo, ha dovuto introdurre, “in accordo” con la Troika, misure eccezionali e riforme strutturali per superare la gravissima crisi economica in atto nel paese. L’austerità è stata il leit motiv di questo processo che sta però avendo dei costi sociali altissimi e che potrebbe portare al disgregamento della classe media, mettendo a rischio la tenuta stessa della democrazia.
Non è possibile ragionare di sinistra se si prescinde dal quadro storico, del tutto nuovo rispetto agli sviluppi del Novecento, in cui ci muoviamo, e che è caratterizzato dal fenomeno della mondializzazione e, al tempo stesso, dal fallimento del tentativo di governare per via fi nanziaria questa vicenda storica e la formazione di una nuova umanità plasmata su di essa.
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