Il prossimo 14 giugno si terranno in Iran le elezioni per eleggere il successore di Ahmadinejad, il quale non può, secondo la Costituzione iraniana, correre per un terzo mandato consecutivo. Fra i ben 686 aspiranti presidenti (la cui candidabilità è al momento al vaglio del Consiglio dei Guardiani) spiccano i nomi di Akbar Hashemi Rafsanjani, già presidente per due volte dal 1989 al 1997, di Mohammad Baqer Qalibaf, sindaco di Teheran, e soprattutto quello di Esfandiar Rahim Mashaei, cognato di Ahmadinejad e fautore della politica di scontro diretto con l’establishment teocratico.
Considerata dal punto di vista di Israele, la questione della guerra civile siriana presenta molte sfaccettature, e soprattutto molte incognite e un sostanziale paradosso. Per il governo israeliano, la permanenza al potere di Assad ha sempre garantito la stabilità del “non confine” del Golan. D’altra parte, il regime di Damasco è sostenuto apertamente proprio dagli arcinemici d’Israele: Hezbollah e l’Iran. Il futuro della Siria e il suo possibile disfacimento costituiscono dunque motivo di grande apprensione per il governo israeliano e allontano anche la possibilità che si riapra il processo di pace.
Le decisioni prese dall’Eurogruppo per porre rimedio alla crisi cipriota hanno creato un precedente che potrebbe ripetersi in un’Europa nella quale i valori di solidarietà e coesione trovano sempre meno spazio e il progetto di integrazione ha perso credibilità , mentre le forze populiste ed euroscettiche si diffondono. A un anno dalle elezioni europee, si tratta di una situazione drammatica.
Da anni, ormai, i governi della Capitale non si dimostrano in grado di discostarsi da un modello di offerta culturale obsoleta, incapace di valorizzare la cultura nella sua dimensione creativa e produttiva e, in definitiva, di trasformarla in motore dello sviluppo turistico-economico della cittĂ .
Limitare le riflessioni sulle ragioni e gli obiettivi di una solida politica per l’educazione ai ritorni economici non solo è miope in linea di principio, ma si è rivelato, nel recente passato, controproducente. L’obiettivo non può essere esclusivamente quello di competere per vincere la sfida internazionale, fare crescere ulteriormente il PIL, abbassare lo spread. Occorre andare oltre.
Da sessant’anni i principali attori coinvolti nella penisola coreana partecipano a un preciso gioco delle parti che mira non alla soluzione della lunga crisi ma al suo indefinito prolungamento. Le ultime minacce del giovane leader nordcoreano fanno parte del medesimo copione e potrebbero rappresentare un estremo tentativo per sganciare Pyongyang dal suo fratello maggiore, Pechino.
La complessità del presente esige un misuratore della ricchezza più articolato e raffinato del PIL. Per questo nasce il BES (Benessere Equo e Sostenibile), che si propone di catturare lo stato di benessere di un paese per mezzo dell’integrazione di 12 differenti dimensioni: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, benessere soggettivo, ambiente, paesaggio e patrimonio culturale, qualità dei servizi, sicurezza, politica e istituzioni, ricerca e innovazione.
Il governo ungherese ha adottato un nuovo emendamento alla Legge fondamentale, entrata in vigore all’inizio del 2012, che, pur restando tecnicamente entro i limiti della legalità , mina le fondamenta del sistema di checks and balances democratici dello Stato magiaro. Il risultato delle modifiche costituzionali volute dal partito di maggioranza Fidesz è una sorta di mostro di Frankenstein. Che agisce nel cuore dell’Europa.
I lievi, seppure percepibili, cambiamenti che hanno caratterizzato la vita di Pyongyang negli ultimi anni non sono un riflesso di quanto accade nelle relazioni internazionali del regime di Kim Jong-un, che infatti persegue ancora quella strategia di chiusura e di esaltazione dell’orgoglio nazionale che da decenni contraddistingue la politica della Corea del Nord.
Una successione di errori, la carente coordinazione e la conseguente mancanza di una linea condivisa fra i diversi attori di governo coinvolti, tanto in Italia quanto in India, ha prodotto un teatrale susseguirsi di eventi nel caso dei due marò italiani, accusati di avere ucciso due marinai indiani. Il loro ritorno in India, per quanto il risultato di una serie di decisioni discutibili, potrebbe offrire a entrambi i paesi l’opportunità per trovare un soluzione onorevole.
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